
Last months have brought some good news from the gloomy political landscape of Myanmar.
Elections are scheduled for the first week of April 2012 and for the first time since 1990 the famous pro-democracy activist Aung San Suu Kyi and her National League for Democracy Party, previously banned, will be allowed to run for seats in the national Parliament.
Last January the government released from detention some hundreds political prisoners, a move that Barack Obama himself publicly welcolmed.
Governed by a military and dictatorial junta since a coup in 1962, Burma (the former British colonial name of the country) has seen the initiation of a very slow reforming process starting from the 2010 elections, when the military-backed Union Solidarity-Development Party formed a civilian, but not democratic, government. Shortly after the poll, Aung San Suu Kyi war released from the house arrest in which she had been for the previous 15 years.
Hillary Clinton, USA Secretary of State, visited the country last autumn and in January the intention to restore full diplomatic ties has been disclosed by the American State Department. At the same time, European Union ministers agreed on suspending the ban on visa of some leading Burmese persons.
Recently the government has shown a higher sensibility to internal public opinion, for instance regarding environment issues, and a willingness to reform the national state- economy, conceding some privatizations.
With these steps the Burmese leadership seems to want to reshape the framework of its international relations: sanctions imposed in early ‘90s by USA, Canada and EU, and now still working, badly hit export/import trades and public finance, pushing Myanmar to rely more and more on China, its best ally and biggest importer of consumer goods and investor. In the course of years China has seemed treating Burma as a vassal-state, exploiting its richness of natural resources. It’s quite probable that Burmese leadership begins to understand that the existent internal political situation won’t be sustainable in the medium term, and so it’s trying to diversify its international position.
Yet, social and political situation in Myanmar is still far to be acceptable: the leading élite is enriching himself keeping the majority of population in extreme poverty (internet access is lower than 1%) and allowing huge narcotrafficking (the country is the third largest producer of illicit opium); human rights remain totally disrespected, censorship is supported by a vastly espionage system, land confiscations are executed arbitrarily and without compensation. Ethnic minorities are object of discriminations, and some of them have embraced an open armed resistance against the national army.
Like in North Korea’s case, other East Asian countries can play a significant role in the near future of Burma: the country is one of the ten members of ASEAN (Association of South East Asian Nations), that so far has neither impose sanctions or formally condemned the Burmese government.
If a civil war burst in Burma, flows of refugees would search safety beyond the Chinese borders, and so China has a huge interest in maintaining that country governable. India, South Korea and Thailand are some of other countries that have economic interests in Myanmar.
In this landscape, the first and most clear fact that will show a real willingness of the government to reform the country is Aung San Suu Kyi’s participation in next elections. In that occasion people will demonstrate how much they support the current leadership and, above all, if it will accept an electoral outcome democratically decided.
Matteo Segre
Gli scorsi mesi hanno portato alcune notizie positive dal grigio panorama politico del Myanmar. Le elezioni sono programmate per la prima settimana del prossimo Aprile e per la prima volta dal 1990 alla famosa attivista pro-democrazia, Aung San Suu Kyi, e il suo partito, la Lega per la Democrazia, in precedenza dichiarato fuorilegge, sarà permesso di candidarsi per ottenere dei seggi in parlamento.
Lo scorso gennaio il governo ha liberato alcune centinaia di prigionieri politici, una mossa che lo stesso Barack Obama ha accolto favorevolmente in pubblico.
La Birmania (il precedente nome del Paese duranteil dominio coloniale inglese), governata da una giunta militare e dittatoriale a partire dal golpe del 1962, ha assistito a un inizio molto lento di processo di riforma a partire dalle elezioni del 2010, quando il Partito per l’Unione, Solidarietà e Sviluppo, appoggiato dall’esercito, ha formato un governo civile, ma non democratico. Poco dopo le elezioni, Aung San Suu Kyi fu liberata dagli arresti domiciliari sotto cui era stata per i precedenti quindici anni.
Hillary Clinton, la Segretaria di Stato americana, visitò il paese lo scorso autunno e in gennaio il Dipartimento di Stato americano ha rivelato i piani per ristabilire i pieni contatti diplomatici. Allo stesso tempo, i ministri dell’Unione Europea hanno concordato sulla sospensione dell’interdizione ai visti di alcune personalità di spicco birmane.
Recentemente il governo una maggiore sensibilità nei confronti dell’opinione pubblica, per esempio su tematiche ambientali, e una disponibilità a riformare l’economia di stato nazionale, autorizzando alcune privatizzazioni.
Tramite queste mosse la leadership birmana sembra volere rimodellare il sistema delle sue relazioni internazionali: le sanzioni imposte all’inizio degli anni Novanta da USA, Canada e Unione Europea, e tutt’ora in atto, hanno colpito gravemente i commerci di import/export e le finanze pubbliche, costringendo il Myanmar a dipendere sempre di più dalla Cina, il suo miglior alleato, maggior importatore di beni di consumo e investitore. Nel corso degli anni tuttavia la Cina è sembrata trattare la Birmania alla stregua di uno stato vassallo, sfruttando la ricchezza delle sue risorse naturali. E’ abbastanza probabile che i governanti birmani abbiano iniziato ad accorgersi che la situazione politica interna corrente non sarà più sostenibile nel medio termine, e che così essi stiano provando a diversificare la sua posizione internazionale.
Tuttavia la situazione politica e sociale in Myanmar è ancora lungi dall’essere accettabile: l’élite dominante si arricchisce costringendo la maggior parte della popolazione nella povertà estrema (l’accesso a internet è minore dell’1%) e consentendo una vasta attività di narcotraffico (il paese è il terzo produttore mondiale di oppio illegale); i diritti umani sono totalmente ignorati, la censura è supportata da un vasto sistema di spionaggio interno, le confische di terreni sono eseguite arbitrariamente e senza compensazioni. Le minoranze etniche sono oggetto di discriminazioni ed alcune di esse hanno scelto l’aperta resistenza armata contro l’esercito nazionale.
Come nel caso della Nord Corea, altri paesi dell’Asia dell’Est possono giocare un ruolo significante nel prossimo futuro della Birmania: il paese è uno dei dieci membri dell’ASEAN (l’associazione delle nazioni del sud-est asiatico), che fin’ora non ha mai imposto sanzioni né formalmente condannato il governo birmano.
Se una guerra civile scoppiasse in Birmania, ondate di rifugiati cercherebbero riparo oltre il confine cinese, e per questo la Cina ha un grosso interesse nel mantenere quel paese governabile. L’India, Sud Corea e Tailandia sono alcuni degli altri paesi aventi lì interessi economici.
In questo quadro, il primo e chiaro fatto che mostrerà una reale volontà del governo a riformare il paese sarà la partecipazione di Aung San Suu Kyi alle prossime elezioni. In quell’occasione il popolo dimostrerà quanto esso realmente supporti l’attuale leadership e, soprattutto,se quest’ultima accetterà un risultato elettorale democraticamente ottenuto.










